L'incipit è di Paola Mastrocola.
Il giardino dei Lorchitruci
Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse:
- Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica!
Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba.
Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci.
I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.
Quella mattina il vento bussò molto forte per svegliarmi, così forte che mi fece saltar giù dal letto aggrappato alla coperta. Corsi in bagno a lavarmi in tutta fretta e dopo essermi vestito con poca cura mi presentai in cucina per fare colazione. Mio padre mi guardò un poco interdetto e mi sistemò il colletto della camicia a quadretti. Poi mi diede un sacchetto di carta marrone con dentro fiocchi di avena caramellati da annegare nel succo di mandarancio. Era la mia colazione preferita.
Quando saltammo sul furgoncino ero di buon umore. Però man mano che ci avvicinavamo alla casa dei Lorchitruci avvertivo dietro la schiena piccole scariche elettriche che mi portavano la pelle d’oca. Il vento soffiava sempre più forte scompigliandomi i capelli, e mille pensieri si arruffavano nella mia testa, tanto che dopo pochi minuti mi sentii picchiettare sulla fronte e dissi a mio padre che non mi sentivo bene.
- Non dire sciocchezze, - rispose lui, sminuendo - è solo un po’ di ansia, passerà presto.
Passavano i minuti e l’ansia era sempre la stessa e il sudore mi bagnava la fronte e mi massaggiavo le tempie ma mi sentivo sempre più stordito. Solo quando superammo un muro di mattoni rossi passando attraverso la parete di pietra e vidi il giardino – immenso, bellissimo – esplodere davanti a me in tutto il suo rigoglio e splendore, il cuore smise di battere all’impazzata e rimasi praticamente pietrificato. Vi ricordate il giardino di Alice nelle meraviglie? Era più bello, più magico, e più immenso, tanto che non si riusciva a vederne la fine. E quei fiori: i più profumati, e quelle fronde: le più vigorose, le più verdi. E quegli uccelli, i più intonati, cinguettavano in coro come usignoli.
Ma la cosa straordinaria era che niente, in quel giardino, era esterno alla natura, una natura microscopica ed estremamente precisa, in tutti i suoi particolari. Un ricciolo d’erba rampicante si intrecciava verso l’alto e formava lo scheletro di un gazebo sotto il quale dieci sedie e due tavolini di paglia intelata con fili di carta e di lino erano disposti a formare il disegno di un fiore. Tutto era così piccolo da far pensare alla casa di una bambola. Nella fontana un salice piangente scorreva come un fiume, tutto era piccolo e magico a un tempo.
Mio padre aveva cominciato a parlarmi del lavoro, di come usare il tagliaerba che è come un bambino piccolo: non va mai lasciato da solo o può combinare dei grossi guai. Nel frattempo io mi guardavo intorno ancora insospettito, mi chiedevo se quel silenzio stregato sarebbe potuto essere interrotto da un momento all’altro dagli spaventosi Lorchitruci. Ma come potevo pensare, adesso, che i Lorchitruci fossero persone spaventose? Loro che abitavano e tenevano cura di un posticino tanto curato e delicato dovevano somigliare a esserini dai lineamenti teneri, coi capelli variopinti e profumati, che ci avrebbero invitato a bere il tè da un momento all’altro, e fatti accomodare su quelle sedioline minuscole, e che dunque dovevano avere dei sederini piccoli e aggraziati, come i loro portamenti e il loro modo di parlare, con l’accento vagamente francese… Forse non si chiamavano nemmeno Lorchitruci, ma Lorscitruscì, ecco, sì, aveva un suono più gradevole. Sicuramente era così, mi dicevo, e aspettavo con ansia il momento in cui li avrei visti. Ma quel momento, anche durante la pausa pranzo, in cui mio padre tirò fuori il pane morbido con il prosciutto e una fettina di formaggio al miele, e mi lasciò bere dalla sua borraccia il latte di rose, ecco, nemmeno allora uno di questi si fece vivo, e così fu il giorno appresso e quell’altro ancora, e ancora e ancora per alcune settimane che tornammo lì, in quel giardino meraviglioso,così immenso che il lavoro sembrava non finire mai.
Venne il giorno della paga, e mio padre mi disse che ero stato bravo e che avrei avuto la mia parte di Cubricchi d’argento, per potermi comprare quello che più desideravo. Mentre si avviava sul sentiero che portava al giardino dei Lorchitruci pensai che niente, nient’altro al mondo in quel momento potevo desiderare, se non l’amicizia di uno di quegli esseri meravigliosi per i quali avevo lavorato duramente nei giorni trascorsi, senza stancarmi mai di aspettare una visita, un cenno, un’ombra di lontano. Eppure nulla era accaduto, e il mio stipendio non poteva colmare la curiosità. Così pensando ebbi un lampo improvviso: mio padre stava andando da loro a riscuotere il suo stipendio! Quale migliore occasione per presentarsi in casa?
Misi gli stivaletti da corsa e scattai fuori dall’uscio più veloce di una formichina impazzita, tanto che mia madre e le mie sorelle dalla finestra mi gridarono di tornare indietro, agitate dalla mia furia.
Non mi fermarono: arrivai d’un fiato davanti all’enorme muraglia e premetti forte il palmo della mano sulla pietra. Che delusione fu trovarmi la faccia di mio padre, rossa e aggrottata, puntata su di me come un fucile! Mi lasciò tanto interdetto che proprio non vidi lo scappellotto partire a tutta velocità e affondare sulla mia guancia, e a stento il mio orgoglio riuscì a trattenere un lacrimone, pronto a partire in picchiata lungo la pelle infuocata del mio viso.
Non osai chiedere mai a mio padre il perché di tanta segretezza. Non voleva che incontrassi i piccoli Lorchitruci. Pensava forse che non fossi all’altezza? O non gradivano incontrare gente, loro, così fragili e sensibili, per paura di essere feriti da una parola detta male, da uno sguardo poco sincero, da un gesto troppo volgare? Dopo tutto, ero un ragazzo di famiglia modesta, vestivo abiti modesti e avevo pensieri altrettanto modesti. Ebbene, mi chetai pensando di non essere all’altezza. Era meglio lavorare nell’ombra per loro, non tentare a tutti i costi di guadagnarne la simpatia, né rischiare di risultarvi antipatico. Ogni mattina mi alzavo presto, consumavo la mia colazione e imparavo ad usare il tagliaerba. La mia vita mi andava bene così. Ma non durò a lungo. Cominciai a soffrire di insonnia, facevo strani sogni che mi portavano nel giardino attorniato dai fantasmi volanti che non mi lasciavano andar via.
Tormentato da questi incubi decisi di andare da solo al giardino dei Lorchitruci, di intrufolarmi con una scusa qualunque, un giorno in cui mio padre sarebbe andato a riscuotere la paga da un altro cliente.
E così fu. Camminavo a passo svelto, madido di sudore e rosso di gote per l’eccitazione. Il picchiettare degli stivali spaventava gli animali e gli uccelletti appollaiati sui remi e attirava l’attenzione delle vecchiette che trasportavano i panari colmi di uova e di cereali lungo il sentiero.
- Dove vai a quest’ora? Tra poco è il tramonto!
Feci finta di non ascoltare la vecchina che starnazzava e di ignorare le voci e i rumori del paese che mi seguiva curioso con lo sguardo mentre percorrevo in tutta fretta lo spazio che mi separava dalla mia morbosa curiosità. Ben presto, tutto affannato, potei appoggiare le mani alle ginocchia e prendere fiato davanti all’enorme muro di pietra che circondava il giardino fatato, scrigno di un mondo che era riuscito a evitarmi fino a quel momento e che adesso avrei preso di petto. Alzando il braccio per appoggiare la mano alla pietra gelida mi accorsi che tremavo come una foglia. Appena il varco si aprì mi intrufolai all’interno per nascondermi subito dietro un cipresso. Rimasi in quella buffa posizione – ritto come uno stoccafisso coi piedi e le mani rigide come appena morto, e quasi in punta di piedi – vi rimasi per diversi minuti, finché non sentii una voce, la voce di una bambina. Mi affacciai emozionato e fui scioccato da ciò che vidi.
Una bambina grassa, goffa, con un buffo vestito avorio e limone, due trecce biondo cenere e un enorme sedere a punta se ne stava accovacciata sotto al gazebo a strappare foglie e paglia con i denti. Mi sporsi per vedere meglio e vidi che teneva sotto braccio un cane di pezza. Sputò la poltiglia verdastra e ne fece una palla, che spinse con violenza vicino la bocca dell’innocente pelouche.
- Titta, cara, è pronta la cena! Vieni a lavarti le mani!
Titta, la figlioletta dei Lorchitruci, era alta una spanna più di me e oscillava su sé stessa come un palloncino pieno d’acqua. Aprì la bocca, e non una vocina soave ma una nuvoletta verde acido si sparse per l’aria, ciò che disse non riuscii nemmeno a sentirlo, perché già scappavo a gambe levate.
Mi accorsi che era colpa sua se la terra aveva cominciato a tremare quando, voltandomi, vidi il suo viso rotondo e le sue trecce oscillare mentre mi seguiva saltellando. Pensavo ormai di non riuscire a seminarla quando, attirata da una gallina, girò l’angolo provocando lo spavento del povero pennuto.
A casa ignorai la tavola apparecchiata per la cena, con la zuppa di vinello e fagioli in centrotavola e mia sorella che affettava il pane caldo. Andai dritto dritto sotto le coperte, sentendo la testa sempre più pesante e un freddo afferrarmi per le mani e i piedi.
Ero confuso, e mentre sentivo salirmi la febbre, pensavo, pensavo a come poteva essere possibile che quel giardino così perfetto ospitasse persone tanto mostruose.
Restai a letto per otto giorni a bere succo di mandarancio con la cannuccia e mangiare panpepato e salame e altre squisitezze che mi portavano gli amici e i parenti. Per fortuna mai si seppe quello che avevo fatto, e mi ripromisi di non dire mai a nessuno ciò di cui ero ormai a conoscenza. Ma soprattutto, non avrei più ripreso a lavorare in quel giardino, e dopo il nono giorno ritornai a scuola.


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