venerdì, 17 aprile 2009,15:45
NB Questo racconto era stato scritto per il concorso "Incipit da favola". Senza accorgermene ho superato il minimo di caratteri... Per non farlo morire nel deserto della mia cartella "creative" lo pubblico qui.
L'incipit è di Paola Mastrocola.

 

Il giardino dei Lorchitruci

 

Siccome avevo preso un altro brutto voto, mio padre mi disse:
    - Va bene, allora oggi verrai con me a lavorare. Così vedrai come si fatica!
    Mio padre faceva il giardiniere, e andava in giro per i giardini altrui. Andava a potar piante, rastrellare foglie e tagliare erba col suo potente tagliaerba.
    Quel giorno doveva occuparsi niente meno del giardino dei terribili Lorchitruci.
    I Lorchitruci erano la famiglia più ricca e potente della collina. A me facevano paura due cose di loro: il nome, perché mi veniva da pensare a degli orchi molto truci; e il giardino, appunto, perché era chiuso da una muraglia gigantesca dietro la quale chissà che cosa mai si nascondeva.

Quella mattina il vento bussò molto forte per svegliarmi, così forte che mi fece saltar giù dal letto aggrappato alla coperta. Corsi in bagno a lavarmi in tutta fretta e dopo essermi vestito con poca cura mi presentai in cucina per fare colazione. Mio padre mi guardò un poco interdetto e mi sistemò il colletto della camicia a quadretti. Poi mi diede un sacchetto di carta marrone con dentro fiocchi di avena caramellati da annegare nel succo di mandarancio. Era la mia colazione preferita.

Quando saltammo sul furgoncino ero di buon umore. Però man mano che ci avvicinavamo alla casa dei Lorchitruci avvertivo dietro la schiena piccole scariche elettriche che mi portavano la pelle d’oca. Il vento soffiava sempre più forte scompigliandomi i capelli, e mille pensieri si arruffavano nella mia testa, tanto che dopo pochi minuti mi sentii picchiettare sulla fronte e dissi a mio padre che non mi sentivo bene.

-       Non dire sciocchezze, - rispose lui, sminuendo -  è solo un po’ di ansia, passerà presto.

Passavano i minuti e l’ansia era sempre la stessa e il sudore mi bagnava la fronte e mi massaggiavo le tempie ma mi sentivo sempre più stordito. Solo quando superammo un muro di mattoni rossi passando attraverso la parete di pietra e vidi il giardino – immenso, bellissimo – esplodere davanti a me in tutto il suo rigoglio e splendore, il cuore smise di battere all’impazzata e rimasi praticamente pietrificato. Vi ricordate il giardino di Alice nelle meraviglie? Era più bello, più magico, e più immenso, tanto che non si riusciva a vederne la fine. E quei fiori: i più profumati, e quelle fronde: le più vigorose, le più verdi. E quegli uccelli, i più intonati, cinguettavano in coro come usignoli.

Ma la cosa straordinaria era che niente, in quel giardino, era esterno alla natura, una natura microscopica ed estremamente precisa, in tutti i suoi particolari. Un ricciolo d’erba rampicante si intrecciava verso l’alto e formava lo scheletro di un gazebo sotto il quale dieci sedie e due tavolini di paglia intelata con fili di  carta e di lino erano disposti a formare il disegno di un fiore. Tutto era così piccolo da far pensare alla casa di una bambola. Nella fontana un salice piangente scorreva come un fiume, tutto era piccolo e magico a un tempo.

Mio padre aveva cominciato a parlarmi del lavoro, di come usare il tagliaerba che è come un bambino piccolo: non va mai lasciato da solo o può combinare dei grossi guai. Nel frattempo io mi guardavo intorno ancora insospettito, mi chiedevo se quel silenzio stregato sarebbe potuto essere interrotto da un momento all’altro dagli spaventosi Lorchitruci. Ma come potevo pensare, adesso, che i Lorchitruci fossero persone spaventose? Loro che abitavano e tenevano cura di un posticino tanto curato e delicato dovevano somigliare a esserini dai lineamenti teneri, coi capelli variopinti e profumati, che ci avrebbero invitato a bere il tè da un momento all’altro, e fatti accomodare su quelle sedioline minuscole, e che dunque dovevano avere dei sederini piccoli e aggraziati, come i loro portamenti e il loro modo di parlare, con l’accento vagamente francese… Forse non si chiamavano nemmeno Lorchitruci, ma Lorscitruscì, ecco, sì, aveva un suono più gradevole. Sicuramente era così, mi dicevo, e aspettavo con ansia il momento in cui li avrei visti. Ma quel momento, anche durante la pausa pranzo, in cui mio padre tirò fuori il pane morbido con il prosciutto e una fettina di formaggio al miele, e mi lasciò bere dalla sua borraccia il latte di rose, ecco, nemmeno allora uno di questi si fece vivo, e così fu il giorno appresso e quell’altro ancora, e ancora e ancora per alcune settimane che tornammo lì, in quel giardino meraviglioso,così immenso che il lavoro sembrava non finire mai.

Venne il giorno della paga, e mio padre mi disse che ero stato bravo e che avrei avuto la mia parte di Cubricchi d’argento, per potermi comprare quello che più desideravo. Mentre si avviava sul sentiero che portava al giardino dei Lorchitruci pensai che niente, nient’altro al mondo in quel momento potevo desiderare, se non l’amicizia di uno di quegli esseri meravigliosi per i quali avevo lavorato duramente nei giorni trascorsi, senza stancarmi mai di aspettare una visita, un cenno, un’ombra di lontano. Eppure nulla era accaduto, e il mio stipendio non poteva colmare la curiosità. Così pensando ebbi un lampo improvviso: mio padre stava andando da loro a riscuotere il suo stipendio! Quale migliore occasione per presentarsi in casa?

Misi gli stivaletti da corsa e scattai fuori dall’uscio più veloce di una formichina impazzita, tanto che mia madre e le mie sorelle dalla finestra mi gridarono di tornare indietro, agitate dalla mia furia.

Non mi fermarono: arrivai d’un fiato davanti all’enorme muraglia e premetti forte il palmo della mano sulla pietra. Che delusione fu trovarmi la faccia di mio padre, rossa e aggrottata, puntata su di me come un fucile! Mi lasciò tanto interdetto che proprio non vidi lo scappellotto partire a tutta velocità e affondare sulla mia guancia, e a stento il mio orgoglio riuscì a trattenere un lacrimone, pronto a partire in picchiata lungo la pelle infuocata del mio viso.

Non osai chiedere mai a mio padre il perché di tanta segretezza. Non voleva che incontrassi i piccoli Lorchitruci. Pensava forse che non fossi all’altezza? O non gradivano incontrare gente, loro, così fragili e sensibili, per paura di essere feriti da una parola detta male, da uno sguardo poco sincero, da un gesto troppo volgare? Dopo tutto, ero un ragazzo di famiglia modesta, vestivo abiti modesti e avevo pensieri altrettanto modesti. Ebbene, mi chetai pensando di non essere all’altezza. Era meglio lavorare nell’ombra per loro, non tentare a tutti i costi di guadagnarne la simpatia, né rischiare di risultarvi antipatico. Ogni mattina mi alzavo presto, consumavo la mia colazione e imparavo ad usare il tagliaerba. La mia vita mi andava bene così. Ma non durò a lungo. Cominciai a soffrire di insonnia, facevo strani sogni che mi portavano nel giardino attorniato dai fantasmi volanti che non mi lasciavano andar via.

Tormentato da questi incubi decisi di andare da solo al giardino dei Lorchitruci, di intrufolarmi con una scusa qualunque, un giorno in cui mio padre sarebbe andato a riscuotere la paga da un altro cliente.

E così fu. Camminavo a passo svelto, madido di sudore e rosso di gote per l’eccitazione. Il picchiettare degli stivali spaventava gli animali e gli uccelletti appollaiati sui remi e attirava l’attenzione delle vecchiette che trasportavano i panari colmi di uova e di cereali lungo il sentiero.

-       Dove vai a quest’ora? Tra poco è il tramonto!

Feci finta di non ascoltare la vecchina che starnazzava e di ignorare le voci e i rumori del paese che mi seguiva curioso con lo sguardo mentre percorrevo in tutta fretta lo spazio che mi separava dalla mia morbosa curiosità. Ben presto, tutto affannato, potei appoggiare le mani alle ginocchia e prendere fiato davanti all’enorme muro di pietra che circondava il giardino fatato, scrigno di un mondo che era riuscito a evitarmi fino a quel momento e che adesso avrei preso di petto. Alzando il braccio per appoggiare la mano alla pietra gelida mi accorsi che tremavo come una foglia. Appena il varco si aprì mi intrufolai all’interno per nascondermi subito dietro un cipresso. Rimasi in quella buffa posizione – ritto come uno stoccafisso coi piedi e le mani rigide come  appena morto, e quasi in punta di piedi –  vi rimasi per diversi minuti, finché non sentii una voce, la voce di una bambina. Mi affacciai emozionato e fui scioccato da ciò che vidi.

Una bambina grassa, goffa, con un buffo vestito avorio e limone, due trecce biondo cenere e un enorme sedere a punta se ne stava accovacciata sotto al gazebo a strappare foglie e paglia con i denti. Mi sporsi per vedere meglio e vidi che teneva sotto braccio un cane di pezza. Sputò la poltiglia verdastra e ne fece una palla, che spinse con violenza vicino la bocca dell’innocente pelouche.

-       Titta, cara, è pronta la cena! Vieni a lavarti le mani!

Titta, la figlioletta dei Lorchitruci, era alta una spanna più di me e oscillava su sé stessa come un palloncino pieno d’acqua. Aprì la bocca, e non una vocina soave ma una nuvoletta verde acido si sparse per l’aria, ciò che disse non riuscii nemmeno a sentirlo, perché già scappavo a gambe levate.

Mi accorsi che era colpa sua se la terra aveva cominciato a tremare quando, voltandomi, vidi il suo viso rotondo e le sue trecce oscillare mentre mi seguiva saltellando. Pensavo ormai di non riuscire a seminarla quando, attirata da una gallina, girò l’angolo provocando lo spavento del povero pennuto.

A casa ignorai la tavola apparecchiata per la cena, con la zuppa di vinello e fagioli in centrotavola e mia sorella che affettava il pane caldo. Andai dritto dritto sotto le coperte, sentendo la testa sempre più pesante e un freddo afferrarmi per le mani e i piedi.

Ero confuso, e mentre sentivo salirmi la febbre, pensavo, pensavo a come poteva essere possibile che quel giardino così perfetto ospitasse persone tanto mostruose.

Restai a letto per otto giorni a bere succo di mandarancio con la cannuccia e mangiare panpepato e salame e altre squisitezze che mi portavano gli amici e i parenti. Per fortuna mai si seppe quello che avevo fatto, e mi ripromisi di non dire mai a nessuno ciò di cui ero ormai a conoscenza. Ma soprattutto, non avrei più ripreso a lavorare in quel giardino, e dopo il nono giorno ritornai a scuola.

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domenica, 17 agosto 2008,17:31

 

Di sera, d’estate, l’ora del crepuscolo è l’ora in cui tutti per desinare apparecchiano in terrazza, sul balcone, in veranda o nel giardino e passeggiando in strada quei rumori di posate e bicchieri, il chiacchiericcio di poco conto e le voci indistinte mi riportano alla mente ricordi più o meno lontani; quelli delle estati felici in villeggiatura.

Quelle che sovvengono alla memoria più nitide sono le vacanze che la mia famiglia trascorreva al mare in compagnia dei miei zii più giovani, ancora fidanzatini all’epoca: il fratello di mammà, in tutto uguale a lei (carnagione scura, folti capelli neri, fisico tozzo, bassino e un po’ squadrato), e lei, di lui più giovane, snella, una cascata di ricci lunghi quasi fino al sedere, occhi verde bottiglia un po’ spenti, e un fisico bello: oh, sì, a lei avrei voluto assomigliare! Infatti cercavo di imitarla pur senza disporre di certi suoi talenti, e del suo fitto armadio, ricolmo di vestitini – pezze da mercato, niente di più – che cambiava anche tre volte al giorno. Non erano estati idilliache, così come non lo fu la gran parte della mia adolescenza. Ma infondo neanche per loro ogni giorno fu un giorno perfetto, per quel che ricordo io invece numerosi furono liitigi, alcuni portarono anche all’interruzione della vacanza da parte dei due zietti che, per fare la dipartita intelligente, quella da assenza-traffico, erano costretti a salutare me e mio fratello nel cuore della notte, con un bacetto in fronte mentre si dormiva.

Mio padre non era presente durante tutta la vacanza. Per lavoro disponeva soltanto di un paio di settimane di ferie. Ricordo comunque che attendevo con ansia il suo arrivo, che con lui in coppia col mio giovane zio c’era sempre da ridere, delle loro gaffes e delle loro ingenuità, delle macchiette alla Totò e Peppino ai quali spesso facevano il verso. Nonostante il tempo sia passato lasciando una fitta coltre di nebbia e polvere intorno al ricordo di queste estati ormai andate, mio padre e mio zio sono rimasti in contatto a lungo anche dopo il divorzio dei miei, forse memori di quel legame “maschiesco” che si era stretto durante quei giorni. E mentre tra le due donne non notai mai atteggiamenti visibilmente complici, è sicuro che tra i maschi, incluso a volte anche il piccoletto del gruppo, mio fratello minore, quel legame non dovette mai sciogliersi del tutto. Tanto che mio padre doveva essere a conoscenza di talune scappatelle di mio zio delle quali cominciai a sospettare anni e anni dopo, a macchiare l’immacolata immagine dei miei zietti fidanzati da un decennio, e da alcuni anni ormai pure sposi. Il sospetto mi venne decriptando la frase di una e-mail diretta a mio padre in cui trionfava, neanche troppo sibillino, una specie di ammicco: “Perché poi tu lo sai, Mimì, nessuno di noi è un santo”. Quel “lo sai” soltanto in seguito mi illuminò su una faccenda accaduta anni e anni prima, in villeggiatura, presenti i miei e la sottoscritta, e ovviamente la coppia del momento: i miei giovani zii.

 

Dicevo di lei, mia zia acquisita, che sprizzava gioventù e bellezza da tutti i pori e dagli scollacciati vestitini, che non sempre mio zio sembrava gradire perché tanto discinti che, a detta sua, attiravano la passeggiata della sera, che sulle belle gambe sinuose e tra le curve faceva scivolare sguardi invadenti. Mio zio non teneva conto del fatto che si era a Rimini e non in una di quelle cittadelle del sud dove la gente pensa ai fatti tuoi e alla lunghezza delle gonne.

I nostri vicini di ombrellone, tuttavia, dovevano essere del sud anche loro, ed era facile notarlo dal modo in cui facevano cadere gli accenti sulle penultime sillabe. Eppure lui, il baffuto capofamiglia, non molto si curava della sua mogliettina più che trentacinquenne che a una cert’ora non poteva fare a meno di prendere il sole integrale, slacciando il costume con disinvoltura e mettendosi in topless. E mio zio non trascurava di lanciarle lunghe occhiate con la scusa di non aver voglia di fare il bagno. E sceglieva sempre il momento giusto, la signora, quello del pranzo delle figliole per opera della filippina, lo steso del sonnellino del marito che casualmente coincideva con l’ora del bagno di mia zia, che a mezzo giorno poteva garantirle un’abbronzatura da pubblicità Ambra Solare. Era a quel punto che la signora si girava sul dorso e mostrava quel seno sodo e procace (soprattutto se messo a confronto con le tettine adolescenziali di mia zia): le areole larghe e brune, i capezzoli sempre turgidi, e così piene e traboccanti ai lati. Cosa faceva di male, dopo tutto, mio zio, se sbirciava un po’? Quel tanto da doversi girare a pancia in giù per non mostrarsi troppo, quel tanto che giorno dopo giorno desiderò toccarle, succhiarle, spremerle come pompelmi rosa e farsene un cocktail, un elisir d’amore.  E quando fu messo alle spalle, invitato da un ammicco nello spogliatoio, non poté fare a meno di seguirla pensando che se non l’avesse fatto non sarebbe riuscito a togliersela dalla testa, e in più erano giorni che non lo facevano a causa delle pareti troppo sottili “e i bambini nell’altra stanza? E tua sorella?”…e adesso, cos’aspettava? Voleva raccontarsi frottole da vigliacco, sentirsi più coglione e meno uomo? Lei lo voleva e lo aveva invitato di soppiatto, non gli restava che pensare a un alibi mentre sgambettava sulla sabbia bollente verso quella topolona d’incanto. Entrò e la trovò sotto l’acqua intenta a farsi la doccia. Sentendo i passi si voltò a guardarlo, girò la manopola per interrompere il getto e si coprì con un asciugamano dal quale fece cascare giù il costume intriso d’acqua. Andò a sedersi sulla panchina, lui chiuse la porta a chiave e le saltò addosso, facendosela lì, senza dire una parola. La scopò come si fa con una troia qualsiasi, che ti adesca come un pesce grosso, ma mai abbastanza per lei. La cagna soffocava gli ansimi, mentre gli stringeva la testa fra le tette. Fu un coito svelto e intenso, rabbioso e per quanto veloce uno dei migliori della sua vita. Finalmente era fatta, quella fantasia, divenuta realtà, avrebbe smesso di assillarlo. Il giorno dopo avemmo dei nuovi vicini, mia zia continuò a sculettare sotto i vestitini aderenti, e mio zio cominciò a fare il bagno con noi senza protestare.

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mercoledì, 09 aprile 2008,00:38

Questo racconto partecipa al Concorso Sentieri Comunicanti del Teatro Palladium per studenti dell'Università Roma3 [qui per votare]

Una camicia viola a righine blu. Il colletto leggermente macchiato di nero. Le maniche troppo corte, un rigonfiamento sotto la pancia. Stava lì, quel tumore benigno. Ogni giorno si nascondeva sotto una diversa camicia di un diverso colore. Faceva capolino quando metteva la cravatta. Ma la cravatta era sempre la stessa, sottile e nera, tagliata dritta in orizzontale. Nessuno riusciva a vedere oltre le sue camice, dentro la sua pancia; nessuno, nemmeno il dottore, nemmeno il suo migliore amico, nemmeno lei.

 

Era uscita di scuola con lo zainetto sulle spalle sempre troppo pesante, anche se divideva i libri con la compagna di banco. All’istituto tecnico femminile Colomba Anonietti conosceva quasi tutte adesso che frequentava l’ultimo anno.  Durante le ore di ricreazione tra ragazze si parlava spesso delle serie tv preferite, di attori dalla recitazione artificiosa innamorati di donnette bionde e svenevoli, e quasi sempre si parlava di ragazzi. Lei non ne aveva ancora avuto uno e non se ne vergognava. Imboccò via Avicenna e scese sul Lungotevere di Pietra Papa. Lo fece, nonostante il peso sulle spalle, perché le andava di camminare, questa era la motivazione ufficiale. In realtà lo faceva per incontrarlo di nuovo, quel buffo ragazzo con il cappello a cilindro. Non gli avrebbe rivolto la parola, ma un sorriso, quello forse sì, lui gliel’avrebbe strappato. Un piede davanti all’altro, e il sole di giugno tra i fili rossi  che contornavano la sua faccia.

 

Si chiamava Shuster Ildefonso e ormai l’aveva adottato, era un piccolo angolo di verde nella città. Tra le mani  una foglia dicolore, dalla superficie coriacea e una fitta nervatura, somigliava alle sue mani: ruvide eppure glabre, macchiate, più rosa sul palmo, bianchissime sul dorso, venoso. Le aveva osservate accuratamente, attento che il sangue continuasse a fluire internamente, perché il suo cuore che pompava non lo sentiva mai, se non così fievole, impercettibile, finchè inghiottiva la paura. Nemmeno quella consueta sensazione di disagio, alla quale si era ormai abituato, nemmeno quella lo distoglieva dal sapore di non esistenza che giaceva imperituro sotto la sua lingua. Esistere doveva essere toccare quella foglia, ma quella foglia gli era entrata dentro così in fretta che nemmeno cercando di vomitarla era riuscito a rivederla, per ricordarla. Niente gli scivolava addosso, né sentimenti, né persone. Nemmeno lei.

 

Si videro si guardarono non si dissero una parola ma si erano innamorati. Lei si chiedeva se avrebbe sopportato un ragazzo di così poche parole. Lui si chiedeva se lei sarebbe riuscita a sentire i battiti del suo debole cuore. Lui non si toglieva mai il cappello, lei rideva poco spesso. A lui piaceva accarezzarle le braccia coi fiori, schioccarle baci nelle orecchie, strofinare la guancia alla sua. A lei piaceva scrivergli con il rossetto sulla schiena, schiacciare la faccia nella sua pancia, cantare sulle sue labbra. Pensarono di essere davvero felici quando lui le chiese perché tratteneva il respiro e lei rispose che era per ascoltare meglio il suo cuore battere. Lei gli asciugò una lacrima con le labbra e il mondo in quell’istante si era come congelato.

 

Tanti mesi dopo quando la vita sembrava diversa lui invece lo sentì di nuovo, il suo tumore. Le chiese di tacere e di aspettare. Lei seppe solo correre via e gettare lacrime al vento e alla terra. La fiducia nell’umanità era già sparita da un pezzo. La fiducia in quel ragazzo strano che dormiva sui prati era arrivata a livelli tanto impensabili da farle male come cento chiodi sulla schiena. I gabbiani volavano su mucchietti di immondizia e si chiedeva come mai quegli uccelli di carta non tornassero verso il mare.

 

Quando tornò da lei era per invitarla dentro una crisalide. Nessuna persona avrebbe potuto capire la sua solitudine al di fuori di lei, ed era lei che lui voleva accanto, e nessun’altro. Ma lei non ne era più convinta. Era tornata alla vita e pensava di potersi adeguare alla gente, nonostante le stranezze, la coca cola e il conflitto in Iraq. Non le dispiacque sostenere una conversazione su pochette piuttosto che baguette, che si trattasse di borse o di cibo francese l’avrebbe imparato in breve tempo. Dov’era finita? La sua farfalla si era persa e non riconosceva più il profumo di fritto che le rendeva le ali opache e appiccicose. Lui si afflosciò come un salice piangente, e restò muto.

Non avrebbe mai pensato a tutto questo dolore quando immaginava la fine, la fine del suo amore.

 

Dedicato ad F. e a tutti coloro che hanno vissuto la fine di un amore

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lunedì, 07 gennaio 2008,14:12

Michelle comprese in fretta che la coerenza non era il suo forte. Fu allora che indossò le sue prime calze autoreggenti e con molta nonchalance attraversò il cancello di casa seguita da quell’uomo che ne calcava i passi. Sperò che i ragazzi che abitavano con lei non sentissero il rumore delle chiavi ruotare nella serratura, una, due, tre volte. Era fortunata, non c’era nessuno. Si accese una sigaretta mentre guardava lui sfogliare una rivista sul divano, con aria compiaciuta. Aveva gli occhiali appoggiati sul naso e un sorriso obliquo che gli dava un’aria lugubre. Lasciò che il fumo di tabacco le uscisse dalle narici, questo gesto le permetteva di sentirsi più donna. In verità, aveva solo diciassette anni.

 

Sei bello, Tomas, il tuo viso è sottile e regolare, sembri giovane, giovanissimo, così sbarbato e con quell’aria frivola. Non ami quel neo sotto la bocca, ma qualcuno dice che ti da’ fascino. I tuoi capelli sono folti e neri, le tue labbra sottili e increspate, e no, non va bene. Ti guardi allo specchio e osservi una lacrima di sudore accarezzarti la guancia. Oggi compi ventotto anni e la cosa ti mette ansia. Sulla mensola osservi la boccetta di Sanax, fiducioso. Il telefono comincia a squillare e sai che non si farà aspettare a lungo quel tremore che ogni sera, alla stessa ora, ti avvolge. E’ lei, dall’altro lato del filo, che ride raccontandoti un aneddoto poco divertente. Sorseggi la sua risata come un tè raffreddato. Anche tu ti raffreddi e lei se ne accorge.

 

In camera del nerd c’è sempre una confusione indescrivibile. Il pavimento è invisibile, coperto da buste e scatolame di vario tipo. C’è puzza di urina e di muffa, ma il suo naso si è assuefatto all’odore. Le pareti sono ingiallite da anni di fumo e uno strato di polvere ricopre tutto quello che c’è intorno. Lui è seduto davanti allo schermo nel luogo dove gli zero e uno assumono forme fantastiche. Le dita scorrono veloce sui tasti cancellati dall’usura. Stanotte sarà una notte importante, sa che tutto è sulle sue spalle, il lavoro di anni, la fatica, la dedizione. Non potrà concedersi distrazioni e decide di bere quasi un litro d’acqua, per non doverlo fare dopo. Si sente pronto ed eccitato. Ha sul corpo i segni di un’erezione. Lascia scivolare la mano sinistra tra le gambe e chiude gli occhi.

 

Alle sette in punto la metropolitana lascia Cristiano sotto casa. Entrando riconosce nell’solito olezzo rancido della sua casa un intenso aroma di sigaro e l’odore acre dello sperma. Lascia cadere la borsa sulla sedia e comincia a pulire il tavolo della cucina. Come al solito, pieno di briciole. Gloria è partita per l’India. Così pensando, Cristiano mestamente stila il programma della sua serata. Deve essere perfetto, come tutto ciò che riesce a controllare. Masturbazione, doccia, cena, lavoro e sonno. Lo straccio giallo della cucina è lo stesso che si usa per il fornello e i mobili e chissà cos’altro. Lo ripone nel lavello, così, ridotto a brandelli com’è. Ciò che deve dividere non necessita di perfezione poiché non dipende solo dalla sua volontà. Di tutto questo, Cristiano si disinteressa.

 

Adesso sa come si sente una puttana. Non è del tutto sgradevole ma lascia un sapore amaro sulle labbra ancora tumide di baci venduti e comprati o forse svenduti, le viene da chiedersi. Il ticchettio dei suoi tacchi la rassicura non meno della sveglia che suona la mezza notte. Quando Diego entra in casa è vistosamente ubriaco e la televisione da’ un film francese in cui il protagonista si tinge il viso di blu. Le cinge la vita e la stringe con voluttà. Michelle sente  l’alito caldo sul suo collo bianco latte, emana odore di sigaro e whisky. Gli slip cedono alla violenza di quell’uomo coi capelli bianchi e le spalle larghe. Michelle trattiene un grido perché sente dolore. Ma adesso è troppo tardi.

 

 

 

Ne hai avuto abbastanza del suo Chanel sulla tua faccia. Lei sorrideva e tu tremavi, Tomas, finché non sei scappato il bagno per frugare in ognuna delle tasche della tua giacca. Niente, non c’è. La tua salvezza liquida e trasparente. L’hai dimenticata a casa, sei il solito somaro. Dove vai, Tomas? Torna qui, non essere maleducato. Non ascolti e intanto chiami un tassì stirando il braccio. Cominci a battere i denti. Si sente bene? Certo, tutto sotto controllo. E’ lei, la chiamano ansia. E’ in ritardo, stavolta. Lasci tra le mani ruvide dell’uomo che ti ha portato sotto casa una banconota che non hai neanche guardato. Entri dentro, qualcuno ha messo musica. Un valzer di Capossela. Ti concentri sulle note che danzano tenendoti la testa tra le mani. Il bagno è occupato.

 

E’ mezza notte meno cinque. Cristiano abbassa gli occhi sul suo pigiama verde pisello a quadrettini blu. Nella stanza penetra dalle persiane una luce di taglio obliquo. Non ha ancora voglia di abbassare le palpebre. Eppure è stata una giornata faticosa. Si alza, infila i piedi nelle pantofole e va in bagno. La luce è accesa e la porta socchiusa. La spinge con la punta delle dita. Lei è lì, stesa con addosso una t-shirt e senza mutandine. Aveva completamente dimenticato che esistesse. Non lo vede, mentre punta gli occhi nel vuoto, il mascara le cola sulle guance, le dita scivolano sulle sue ginocchia. Cristiano indugia sulla porta, schiude le labbra senza proferir parola, si porta le dita sul membro, si gratta. Gira i tacchi e torna in camera sua.

 

Michelle piange i lividi tra le sue cosce. Domani farà la valigia e se ne andrà via, senza dire niente a nessuno, senza pagare l’affitto del mese che è cominciato, e neanche quello successivo. Senza raccontarsi più bugie e neanche mezze verità. Lo specchio le restituisce un’immagine lontana. Dov’è finita la ragazzina coi capelli tinti di viola? Adesso vede solo una mensola piena di peli di barba, un pettine, una lametta e una boccettina trasparente con su scritto “Sanax”. Non l’aveva mai notata. Ne legge il composto chimico pur non sapendolo decifrare. Poi sente un grido e un tonfo.

 

Mikko è il suo nickname e sfida il freddo e il vento attaccato alla ringhiera. La mente si raffredda mentre il vento sposta la frangia di capelli dalla sua fronte. Il panorama meraviglioso tutto lucine rosse e gialle quasi lo abbaglia. Lancia un ultimo grido prima di scoprire le ali rivide e squamate. Finalmente l’ultima battaglia sta per concludersi.

 

Michelle sente rumore di sirene e di ambulanza. Uscendo dal bagno vede la porta della camera di Marco aperta, e sente la pelle delle cosce irruvidirsi. Entra e non c’è nessuno. Il computer continua a ruminare, ma la sedia è vuota. Michelle si affaccia alla finestra e grida.

 

Lui è lì, disteso a braccia aperte in mezzo a un lago color porpora. Tomas lo vede e un poco invidia il suo coraggio o la sua pazzia. Non riesce a reagire in altro modo, avverte invece sonno e calma. Le pillole hanno fatto effetto. Chiude gli occhi e si abbandona sul divano.

 

Non è così che doveva andare, quello svitato s’è buttato di sotto, che cosa credeva di fare? Cristiano prepara la borsa, ci mette il pigiama, lo spazzolino da denti, le pantofole da viaggio, mutande e calzini puliti e il libro di Harry Potter. Stasera andrà a dormire in albergo, perché con quel chiasso…Maledizione. Una vena pulsa sulle sue tempie. L’ascensore è occupato. Non l’aveva previsto. Ogni cosa comincia ad andare in pezzi, ma avrebbe dovuto aspettarselo quando aveva preso casa insieme a quegli individui strani. A piano terra ambulanza telecamere, Michelle ancora in mutande in lacrime, accanto al cadavere di quello che era un suo compagno di casa. Cristiano affretta il passo e tira avanti, senza nemmeno fermarsi a guardare.

 

 

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martedì, 25 dicembre 2007,16:36

Certe sere all’Ospedale Ippocrate di Pietramelara, sembrano non finire mai.

La signora Teresa del piano maternità mi aveva fatto l’occhiolino, mentre davanti al camerino mi infilavo il camice. “Allora, ce l’avete lo spumante da stappare a mezza notte?”. Io nemmeno sapevo che si potesse brindare, lì dentro, dove la gente sta male e si lamenta a tutte le ore. Feci un risolino. La signora Teresa aveva lasciato l’ufficio per il reparto maternità, e quello che succedeva a cardiologia, forse se l’era dimenticato. Al signor Panciotti faceva male la testa, e la signora Lina, quella si ricordava di lamentarsi ogni volta che vedeva un infermiere in corridoio passare avanti alla porta della sua camera. Ai signori Punzi e Cacace, a una cert’ora scappava la cacca. Di solito era senza preavviso, o quando stavo per prendere sonno. Facevano squillare le sirena a turno, e a volte anche insieme, proprio per non farmi sentire solo. Quella notte, era la mia notte, il che significava che dovevo stare sveglio e pimpante. Dorotea, la più giovane del mio reparto, aveva già messo il caffè nel termos. “Stasera viene Babbo Natale”, mi disse, ridacchiando di gusto. “Ah, davvero? Tu però vatti a riposare, che qui me la vedo io”. Dorotea, però, stava leggendo un libro giallo che l’aveva talmente appassionata da non riuscire a staccarsene. “Adesso leggo un po’, poi a mezza notte brindiamo!”. Feci sì con la testa, ma rimasi scettico per la seconda volta. Passai per il bagno a lavarmi le mani. Ero quasi pronto ad iniziare. Funelli mi porse un asciugamano bianco e mi sorrise trionfante. “Stanotte al piano di sotto si deve festeggiare!” “Funè, e i malati dove li mettiamo? A tagliare a fette il panettone?” “E’ una buona idea. E poi, scusa, di che ti preoccupi? E’ la notte di Natale, pensi che qualcuno potrebbe star male proprio oggi?” “Soprattutto oggi, dopo l’abbuffata!”. Funelli mi guardò storto. Avrebbe dato chissà che per continuare il cenone insieme ai suoi parenti, quella sera, e assaggiare gli ultimi manicaretti della sorella.

Arrivati a questo punto, una cosa ve la debbo confessare: a me, il Natale, non è mai piaciuto. Non mi piacciono gli alberi morti, le renne ammaestrate e i regali costosi. Il ciccione che sbuca dal tetto, quello, poi, non lo posso vedere. Anzi, da piccolo avevo il terrore che i ladri entrassero dal caminetto, se ci riusciva quel grassone con la barba! Mia madre e mio padre cominciavano a preoccuparsi: un bambino che non ama il Natale! Non s’era mai visto prima. “Vediamo allora se ti piace la befana!”. Ma niente da fare, anche quella brutta vecchia che mette carbone nelle calze puzzolenti della mamma, no, proprio non mi poteva stare simpatica. Mentre mi perdevo in questi pensieri, mi accorsi che Funelli mi guardava inebetito, e mi poneva il palmo della mano. “Per lo spumante sono due euro!”. “Cosa? Ma se sono astemio!”, sbottai. Perché, ve lo confesso, di norma, sono anche un po’ tirchio. E poi, perdonate, ma allo spumante, non ci dovrebbe pensare Babbo Natale? 

Lasciando Funelli davanti alla porta del bagno, a mani vuote, mi recai dai miei pazienti, a fare un giro di controllo. Ogni volta, qualche cosa mi faceva andare in collera, soprattutto quando mi accorgevo che allo scadere del turno pomeridiano erano state distribuite certe pilloline per agevolare i pazienti nell’andare in bagno. Peccato che quelli del turno successivo, in questo caso il sottoscritto, si trovassero poi nella brutta situazione di soccorrere coloro che al bagno non ci erano arrivati, dato l’effetto inequivocabile ma imprevedibile di queste pilloline.

“Voi non ve le dovete prendere tutte le volte, queste pillole.”

“Ma dottò, e come faccio ad andare ad evacuare?”

“Dovete aspettare. Un poco di pazienza. Se no, ecco qua: vi fate sotto. E poi, chi vi deve pulire?” “Voi, dottò”

“Eh. E non mi chiamate dottore…”

Dopo questo buon giorno, anzi buona notte, che quasi tutte le volte mi capitava di subire, feci capolino nella stanza dove la signorina Dorotea aveva lasciato cadere il libro sulle ginocchia e calato già le palpebre.

 “Dorotea! Dorotè!”

“Eh, che c’è?”

“Ma che fai, dormi? Non lo aspetti a Babbo Natale?”

“Eh…ma quello, se stiamo svegli, non viene!”

“Eh sì, che dici, mo invece di mettermi a lavorare, mi metto a dormire pure io, così se a qualcuno ci viene una mossa…”

“Eeeeh! Tiè!”

Ogni volta che dicevo qualche cosa che non le piaceva, Dorotea faceva le corna e urlava così, e poi diceva che portavo seccia. Non sia mai poi la previsione si fosse avverata, la colpa diventava mia che avevo fatto il malocchio. E io, per discolparmi, ho sempre cercato di spiegare che siamo in un ospedale, la gente è malata, piange, si dispera e a volte muore. Ma a quanto pare, quelli che lavorano all’ospedale Ippocrate di Pietramelara, a volte se lo dimenticano, oppure soltanto non se ne rendono conto. Io sono stato sempre una persona molto razionale. Anche da piccolo, quando mia madre per sgridarmi mi diceva: “Ti do’ uno schiaffo che ti faccio volare”, io le rispondevo che non era possibile, perché noi umani non possiamo volare. Mia moglie, quando glielo racconto, mi ripete spesso che ero un bambino con poca fantasia. Io invece credo che non fosse così: quando giocavo con i soldatini, riuscivo a inventare guerre bellissime in cui i capi di Stato scendevano in campo in prima linea, davanti ai soldatini e pure a quelli a cavallo, mica come nella realtà!

Di sotto si sentì una sirena, ed era già la terza. Pensai che Franchi non se la doveva passare molto bene lì al Pronto Soccorso. Non doveva essere piacevole per la famiglia avere un parente che si sentisse male a Natale. Poi, invece, mi dissero che era un barbone con una bronchite, uno che la famiglia non ce l’aveva, o se ce l’aveva, chissà dove stava. “Ecco il vostro ciccione barbuto, è caduto nella cenere del camino?”, pensai. Ma mi morsi le labbra. Intanto mancavano venti minuti alla mezza notte. Dorotea era già in fibrillazione. “Tu non ci credi, che viene Babbo Natale? E allora, giochiamoci una pizza!”. A me non piace fare scommesse davanti ai pazienti, lo trovo diseducativo. In verità, io non scommetto mai, neanche per gioco. In caso di sconfitta, sono uno preciso, io, e la cosa mi costringerebbe a pagare. Qualche minuto dopo il cellulare cominciò a trillare: era mia moglie Mara. Cercai di liquidarla in fretta per gli auguri, mentre lei si affrettava a passarmi tutta la famiglia. Anche la zia Pinuccia che non sentivo dall’anno scorso, e il marito della figlia tornato con la sua famiglia dal nord. Ogni volta scoprivo da questo giro di telefonate di circostanza, che qualcuno aveva partorito, che con qualcuno non ci si parlava più, e che qualcun altro era perfino morto. Per fortuna ci pensa Mara, alle relazioni sociali. Anche se il suo temperamento irruento, molto spesso, la porta a fare danni. Dopo tutto, però, la cosa mi interessa poco, i parenti sono una vera seccatura, sempre a chiederti favori, soprattutto quando lavori nella sanità.

Franchini mi aveva portato un bicchierino di plastica con un po’ di vino rosso: “Pure se Funelli mi ha detto che non hai partecipato, spilorcio!”, col quale feci un gargarismo, prima di tornare a lavoro. Dopo poco, infatti, la signora Lina si sentì male, stavolta davvero, e per poco non la perdevamo. Mentre le facevo un massaggio cardiaco, pensai che adesso se questa mi moriva tra le braccia, lo festeggiavamo proprio bene, il Natale! E m’avrebbero pure imputato d’essere stato il solito porta jella. E invece la signora Lina non crepò. Ebbe un sussulto ma il suo cuore continuò a battere. Più tardi, Punzi e Cacace si misero a ridere a crepapelle. “Il dottore s’è cacato sotto lui, stavolta!”. Insomma, mi accorgevo piano piano che tutti mi stavano schernendo. Feci finta di non aver sentito. “Che fate, dottò – mi fece Cacace, a muso duro – quando non vi conviene, non rispondete?”

“Statevi buono, che il cuore è debole”

“Il cuore è forte, oggi è Natale. Stiamo tranquilli che non ci succede niente. Ma voi, ancora non ci credete?”

Tutta quell’atmosfera mi aveva messo agitazione. Chiesi a Dorotea di stare in guardia, mentre scendevo giù a prendere un’altra goccia di vino.

“E’ finito, Santo’, ce lo siamo scolati insieme a Babbo Natale!”

“Ma chi, il barbone?”

Anche Franchini e Funelli si misero a ridere di gusto. Persino dal Pronto Soccorso c’era aria di ilarità. Adesso cominciavo a spazientirmi. Salii di sopra, e fu lì che ebbi la visione. Sotto l’albero di Natale, (sintetico, s’intende) c’erano tanti pacchettini colorati. Mi accovacciai per sbirciare, con una scrocchiatina di ginocchia, e mi guardai intorno: ero solo. Presi in mano il pacchetto color oro e lessi “Al cinico Santoro, infermiere dell’Ospedale Ippocrate di Pietramelara, reparto cardiologia”. Che cos’era? Uno scherzo? Certo, più chiaro di così non poteva essere, quel pacchetto era destinato proprio a me.

“We’, alzati di là, quelli si aprono a fine turno!” – squittì Dorotea sopraggiungendomi alle spalle.

“Ma da dove è uscito ‘sto coso?”

“Che? Iamme, vieni di là in ufficio, che ti vogliono al telefono!”

E adesso, chi era? Satana? Mia moglie che mi comunicava di aver litigato con mia madre? O già non si parlavano da qualche mese, e anche questa me l’ero persa? Insomma, presagivo aria di tragedia. E tutto tremolante presi in mano la cornetta. “Pro…pronto? Chi è?”

Una voce stridula e squillante quasi mi perforava un timpano. Era la signora Teresa.

“E’ nato! E’ nato!”

“Chi è nato? Gesù bambino?”

“Oh, Santo’, ma che ti sei scemunito pure tu? E’ nato il figlio del Dottor Smeraldi, che offre champagne e dolci di Natale a tutti quanti!”

“Teresì,stesi placidamente nei lettini del reparto cardiologia dell’Ospedale Ippocrate di Pietramelata, e sbuffai, ridendo sotto i baffi. io qua sto lavorando! E poi, lo sai, sto pure a dieta.”

“ E da quando? Almeno un goccio di  champagne te lo faccio portare, no? Mamma mia, non cambi mai!”

E perché mai sarei dovuto cambiare? Io mi stavo bene così. Ritornai al mio posto, mentre Dorotea s’era addormentata di nuovo. Mi affacciai alla finestra che la ragazza aveva spannato con la mano (cosa che, per carità! Non si deve fare mai, ché poi resta la traccia), e vidi la piazzetta di Pietramelara pian piano ricoprirsi di fiocchi di neve. Sembrava proprio un film americano, come quello che avevano dato quel pomeriggio in televisione.

“Dottò, finalmente lo fate un sorriso, e su, che oggi è Natale!”

Mi voltai a guardare i miei pazienti,

“Va bene. Auguri, allora, a tutti quanti! ...e non mi chiamate dottore!”

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giovedì, 29 novembre 2007,23:58

Lavorava in un cantiere e alla fine della giornata saliva sulla sua vespa blu, tutto sporco di terra e di calce. d'inverno faceva già buio alle cinque, e spesso qualcosa nel motore o nelle luci s'inceppava.  La vespa c'aveva più di vent'anni, ma andava ancora, e lui la coccolava come fosse la sua donna. E quasi l'abbracciava mentre correva e a volte sbagliava strada apposta per stare più tempo con lei. Anche se faceva freddo e i guanti puntualmente si bucavano in mezzo alle dita, lui volava sulle strade come fossero nuvole, forse per dimenticare, forse per scrollarsi via la polvere di quelle giornate senza dossi e senza perchè. Durante le pause, a lavoro, leggeva ad alta voce notizie su giornali di quattro soldi, e ascoltava divertito i commenti dei colleghi. Da ragazzino s'era pure iscritto al partito, adesso neanche in quello credeva più. E fabbricando case e casermoni scorreva la sua gioventù, nè meglio nè peggio di molte altre come la sua. E si sentiva ogni giorno un pezzo di mondo. Se ne stava al suo posto, e guardava le ragazze la mattina alle sette spogliarsi davanti alla finestra. Ogni tanto usciva con qualcuna e la portava a mangiare in quella trattoria che gli piaceva tanto, o al cinema. E se sulla vespa si stringeva forte a lui, prima di salutarla le baciava sulla bocca. E non si era innamorato mai, o forse si innamorava tutti i giorni. Ma ciò che amava era il sole quando pioveva, e la luna che si specchiava negli occhi verde metallo. Era uno come tanti e chissà quante volte l'hai visto andare in giro, su quella vespa blu. Bruciare i semafori, bruciare sigarette; dare passaggi alle puttane e poi fermarsi a chiacchierare con gli amici conducenti dei notturni bus. E chissà quante volte l'hai sentito urlare e poi cantare. e disperarsi e poi gelare. e quella notte in riva al fiume mettersi a pescare. quando lo vidi io, la prima volta, stava dietro a uno scaffale. Stava frugando in mezzo ai libri di poesia. quel giorno, non riuscì a trovare quello che cercava. Mentre fui io a trovare lui.

Non credevo all’amicizia tra un uomo e una donna, perchè non mi era mai capitato di avere un amico che fosse solo tale. Lui lo divenne per me in un modo semplice e incondizionato. Imparai abbastanza in fretta a fidarmi di lui, e ancora più in fretta a volergli bene. A volte la mattina mi dava un passaggio all’università. Il vento mi entrava nel naso, e fra le labbra. Ma allo spettacolo del sole che sorgeva alle sette dietro alle case basse non avrei rinunciato per così poco. Conobbi innumerevoli colleghi di tutte le provenienze e le età. E cantieri distendersi a perdita d’occhio. E poeti di tutte le nazioni e le epoche. Lui ne leggeva i versi dandosi un po’ di arie, mettendosi quegli occhiali da vista un po’ sgangherati, sforzandosi inutilmente di nascondere l’accento di Napoli, così rotondo e così solare. E mi presentava tutte le ragazze con cui usciva, ognuna diversa dalle altre. Alcune erano solo simpatiche, altre mi odiavano, con altre ancora siamo diventate grandi amiche.

E quella volta che uscimmo con le mie amiche, Monica rise tutto il tempo e gli stringeva il braccio, sbattendo ripetutamente le ciglia sature di rimmel, leccando le labbra lucide al gusto di bon bon. Si fece accompagnare a casa, gli chiese di salire, e lui le disse, ancora sulla porta e con la giacca addosso: “Se ti va, scopiamo”. Lei rise forte, e già gli sfilava il maglione. Ma tutto questo me lo ha raccontato lui. Poi venne quella notte che passammo fino alle quattro a chiacchierare e bere vino. Senza nemmeno lavarsi la faccia dovette salire sulla vespa in fretta per andare a lavorare. Gli avvolsi al collo la sciarpa di lana che avevo usato per cuscino, volevo dirgli qualcosa, ma le parole non trovarono forma nell’aria. Le finestre erano appannate, e i suoi sbadigli creavano nuvole nell’aria fredda.

Quella mattina il cantiere era grigio come la nebbia che l’avvolgeva. Sembrava uno di quei giorni in cui la bocca screpolata fa fatica anche a dischiudersi. Era su in cima quando sentì il vuoto della vita scivolargli addosso. Sentì un grido e riconobbe la voce del suo collega senegalese. Aveva solo diciotto anni quando scivolò da un’impalcatura. Lui, invece, ne aveva ventisette. Sentì il peso della gravità e la terra avvolgerlo, insieme a un senso di vertigine e di sfinimento. Non pensò a nulla, solo un’immagine si palesò davanti agli occhi, una giovane donna bruna che aveva visto per l’ultima volta quando era bambino.  

Lui era uno come tanti, e chissà quante volte l’hai visto mangiare panini nelle stazioni, da ragazzino, o fischiettare mentre puliva cessi per mettere da parte i soldi, in un salvadanaio rosso. Sognava di avere una vespa, e sfrecciare sui ponti e fermarsi a pescare, o a fare l’amore, o a chiacchierare con i suoi amici conducenti dei notturni bus. Sentiva la vita come un breve percorso e voleva andare più veloce per non farsi afferrare dal vento e dal sole.

Mi hanno lasciato tenere una sciarpa, un libro di poesie e un paio di cd. E la foto scolorita di una donna bruna che abbraccia un bambino di cinque anni.

Ma la sua vespa blu, quella su cui volava, senza di lui non esiste più.

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giovedì, 07 giugno 2007,16:39

 

Stefy amava i cappelli e le borse. Franz amava il punk e i fumetti. Stefy amava la sua giovane nonnina e il suo microbico cagnetto marrò. Franz amava guardare film in bianco e nero mangiando patatine unte sul divano. Stefy amava le sue scarpe griffate. Ma, sopra ogni cosa, Stefy amava l’amore. Franz amava le serie tv, ma sopra ogni cosa, Franz amava Stefy. Quando i due si conobbero, Stefy era un po’ depressa e ammusata. Disse che la sua storia era ormai finita da un pezzo, eppure non riusciva mandarla a fanculo. E anche quando finalmente ci riuscì, non era del tutto felice. Sentiva dentro di lei qualcosa appassire, mentre il disprezzo che il suo ex cominciava a provare per lei le riempiva il cuore di amarezza.

 

Per fortuna, c’era Franz.

Stefy e Franz si erano conosciuti all’università, durante il corso di Storia Moderna. Lui rimase abbagliato dal suo seno procace e dagli occhi verde smeraldo. Lei sorrise alle sue battute e apprezzò le di lui gentilezze profuse. Lei, sinuosamente in bilico su tacchi altissimi, brillava di preziosità alle braccia e al collo; lui, sfoggiando mille cravatte colorate, splendeva di felicità riempiendo di parole l’aria profumata di primavera. I mesi si rincorrevano come la pioggia battente sulle finestre della camera di Stefy, mentre sotto il plaid rosso i due sempre più inseparabili guardavano i Fratelli Marx.

Franz continuava ad amarla. E Stefy amava la sua compagnia. Così tanto da convincersi di poter amare lui, seppur così diverso dai suoi ex amanti. Finalmente un ragazzo intelligente e dotato, pieno di humor e, all’occorrenza, di paroline dolci, pensava. Non le importava che il suo modo di vestire fosse un po’ strambo. Non le importava che non avesse la patente e che ancora vivesse coi suoi genitori. Dopo tanti mesi finalmente stava bene, con Franz. Si sentiva a suo agio, forse si sentiva addirittura felice.

Anche lui era felice, quando era con lei. Era fin troppo felice. Sentiva i brividi quando lei lo sfiorava. Nascondeva sotto il plaid il suo gonfiore simulando il freddo. Inizialmente non pensava di poterle piacere veramente. Lui, che una ragazza vera non l’aveva mai avuta, e una così bella pensava di potersela solo sognare. Ma poco gli importava, guardandosi allo specchio, di quanto continuasse a perdere i capelli e della sua pancia rigonfia di amore per la buona e la cattiva cucina.

Si ritrovarono dopo una lunga estate. Stefy aveva avuto avventure che non menzionò. Franz l’aveva pensata tra partite a biliardino e ghiaccioli alla menta. Si ritrovarono, ma il coraggio di corteggiarla davvero lui non l’aveva trovato. Piuttosto Stefy, sotto l’abbronzatura che a poco a poco si cancellava, sentiva piano piano la voglia di una nuova avventura, o di un nuovo amore. Dopo tanti appuntamenti al cinema e rimpatriate con gli amici, una sera decise di trascorrerla sola con Franz, a casa sua, aspettando che succedesse qualcosa di speciale. Ordinò la cena al ristorante sotto casa, il più appetitoso del quartiere. Una cena a base di frutti di mare e candele. Quando Franz aprì la porta gli sembrò di svenire. Stefy faceva sfoggio delle sue cosce tornite sotto una gonna che così corta lui l’aveva vista solo alle ballerine della tv. E una catenina d’oro bianco si perdeva in mezzo ai suoi seni, che spuntavano come nuvole dalla scollatura pronunciata. Franz bevve tre bicchieri di vino bianco frizzante, per darsi coraggio. Le prese la mano, ma la ritirò via subito. Sentiva la testa girare leggermente, si distese accanto a lei sul divano. Le ore scorrevano e la tv mandava immagini in sequenza di un telefilm per ragazzi. Franz si addormentò sul suo seno e Stefy si sentì addolcita e giunonica come una mamma. Mentre il sole del mattino faceva capolino, Franz si destò insieme alla sua solita erezione. Stefy era già sveglia. Nuda. Franz aspettò di mettere a fuoco, per distinguere il sogno notturno dalla improbabile realtà. Le labbra tumide di lei cominciarono a baciarlo dappertutto, e le mani lunghe a svestirlo. Ancora annebbiato dal sonno e dai postumi del vino, si lasciò cullare dalle sue carezze. Lei si muoveva suadente, accarezzando con la sua pelle bianca e morbida la peluria folta del suo amico/amante. Avvinghiò il suo pene eretto tra le dita affusolate. Lui ansimava e sudava. Ma Stefy non ebbe il tempo di avvicinarsi con le labbra che Franz l’inondò di liquido seminale.

Maledetta eiaculazione precoce, pensò Franz insieme all’ultimo sussulto.

Che palle, pensò Stefy scappando al bagno. Quando tornò di là, Franz le rivolse uno sguardo che in altri momenti le sarebbe sembrato patetico. Pensando che forse era meglio così, lei gli rispose con un sorriso.

 

Stefy e Franz erano rimasti amici dopo che lui lesse per sbaglio sul cellulare di un’amica comune che Stefy si era messa con Luca, il giorno che con la macchina parcheggiata al Circo Massimo, sotto il sole del mattino, lui l’aveva convinta a fare l’amore.

Stefy e Franz si erano scambiati i doni di Natale, due libri con rispettive dediche, dove Stefy avrebbe voluto scrivere mi dispiace, Franz sottintendeva forse ancora t’amo, ma entrambi ribadivano oh che bello essere ancora amici.

Quando Stefy si innamorò di Carlo, il migliore amico di Luca, Franz c’era. Quando i due si misero insieme, mentre Luca la odiava, Franz c’era. Quando Carlo la piantò per una coreografa trentenne conosciuta al corso di balli latino americani, Franz c’era.

E non riusciva a capire se era stata l’eiaculazione precoce, o la sua mano insicura, o le sue guance paffute o solo la sfortuna, ma Franz era lì a fare la parte dell’amico e ci si era abituato così bene che sembrava un gobbo con indosso una giacca cucita a puntino.

Un giorno Stefy si sentì strana e decise di chiamare Franz. Era da sola in casa e pensò di aver capito tutto: aveva trovato l’amore e gli aveva voltato la faccia, come si fa col sole che ti sveglia la mattina, ma senza il quale non potresti vivere. Alzò la cornetta del telefono e tentò di chiamarlo. Rispose sua madre dicendo che Franz se n’era andato via.

Stefy pianse per tre settimane di fila. Poi capì che non era nulla rispetto a quello che aveva fatto a Franz. Da quel momento smise di comprare scarpe e si iscrisse ad un corso di yoga. Tagliò corto con i party trendy e spedì una lettera di scuse senza troppe pretese a Luca, un’altra vittima del suo egoismo cieco. Cominciò ad ascoltare il punk e leggere fumetti. A guardare film in bianco e nero e mangiare patatine. Non le importava più di tanto se cominciava a ingrassare. E nel giorno più inatteso, alla sua porta si presentò lui, Franz.

Le sembrò bello e abbronzato, le sembrò in forma e radioso. Di quella luce negli occhi capì presto il motivo: Franz si era innamorato e stavolta era ricambiato. Decise che non avrebbe sofferto apertamente. Sarebbe stata felice della sua felicità. L’avrebbe spiata in silenzio, la sua gioia, senza invidiarla. Gli diede un bacio sulla guancia facendogli tanti auguri. Un anno dopo, al matrimonio di Franz, Stefy ballò insieme a Luca. I due parlarono tanto a lungo, scivolando fra i ricordi. Poteva essere felice? Stefy se lo chiedeva spesso, da un po’ di tempo. In bagno guardò la sposa, aveva un’aria infantile, un sorriso scialbo. Ma agli occhi di Franz doveva essere di certo bella. “Balliamo?” le chiese lui, tra il dolce e il caffè. Lei disse di sì. Annusò a lungo il suo profumo che la riportò all’università. “Sei sempre bella”, le disse. “Grazie”, rispose. Le stringeva i fianchi e Stefy sentì un magone. Probabilmente non le era ancora passata. Ma la vita è strana e toglie e dà.

 

Stefy cominciò ad amare le serate trascorse al cinema con Luca, le partite di calcio e gli hot dog al formaggio. Chiacchierare di cose semplici e guardare la tv. Uscire in centro a fare shopping mano nella mano e fare finta che Luca non si girasse a guardare le altre. E fare finta di non pensare “Franz non l’avrebbe mai fatto”.

E quando scoprì che Luca la tradiva non si scompose più di tanto. Pensò che infondo se l’era meritato. Chissà che lui non glielo avesse fatto apposta. Ma si chiese quanto Luca avesse sofferto la prima volta, perché se quello che sentiva era la sofferenza, allora bruciava anche meno di una sigaretta spenta sul palmo di una mano. Era piuttosto come bere una medicina amara, purché dopo ti faccia stare meglio.

 

Era passato molto tempo quando Stefy rivide Franz. Sua moglie spingeva una carrozzina dove un minuscolo bebé dormiva tra lenzuola bianco latte. Lei sembrava molto più bella. Lui sembrava ancora più felice. Si fermò a salutarli inventandosi una vita nuova. Strinse la cicatrice nel palmo della mano. Cercò di sfoggiare i suoi migliori sorrisi. Falsi.

Tornando a casa si bruciò di nuovo. Del resto non faceva poi così male. Era una liberazione. Sua madre credeva che avesse delle turbe, che fosse pazza. In realtà, Stefy era molto più sana di tanta gente che le stava intorno. Si chiese se non era meglio essere frivola e superficiale. Invidiò quella che era e si sentì mancare. Ma era convinta di non poter tornare indietro.  

 

Soltanto molti mesi e molte cicatrici dopo, Stefy si svegliò senza pensare a Franz e a nessun altro. Si disse che forse era guarita. Il tempo aveva fatto il suo dovere, avrebbe spalato la neve accumulatasi davanti alla sua porta. Avrebbe conosciuto gente senza che le potesse realmente importare di nessuno. Avrebbe comprato i giornali soltanto per pulirci le finestre. Avrebbe ascoltato un pianoforte suonare Chopin come se fossero i titoli di coda di un film. Quando si accorse di sentirsi vuota, capì che non poteva farcela. Vide i suoi capelli bianchi contornarle la faccia e capì che era finita. Sedette sulla sua poltrona, accanto alla finestra, e si cullò con il piede ad occhi chiusi, guardando le vite degli altri, e poi rivivendo la sua.

 

Franz era andato a trovarla anche quella volta in quel posto così bianco alle pareti. Non avrebbe mai immaginato di vederla invecchiare ogni giorno così velocemente. Le parlava di continuo, del suo lavoro, della bambina, di sua moglie che aveva sposato solo perché non somigliava a lei. Solo per dimenticarla. Se solo avesse potuto prevedere…Ma era impossibile.

Quegli occhi vitrei non lo guardavano mai. Erano diventati grigi. Continuavano a fissare la finestra. Poi si chiudevano per lunghi istanti, e lì Franz si sentiva chiuso fuori da un mondo che non esisteva più. Le accarezzò le ginocchia e sentì freddo. Stefy chinò il capo in avanti, le mani chiuse a pugno si allentarono e le nocche ripresero il colore del sangue sotto la carne.

Franz si mise il cappotto e fece per andarsene. Quando fu sulla porta neanche si voltò. Soltanto una lacrima rigò il suo viso, poi s’impigliò tra la barba.

Lui la cacciò via.

In macchina potè piangere liberamente, a dirotto. Guardò gli occhi della bambola seduta accanto a lui, con la testa appoggiata al cruscotto. Lo fissava.

Quando salì le scale, una bambina gli corse incontro per abbracciarlo. Sbirciando la bambola nella busta di carta, il suo sorriso si allargò.

“Ti voglio bene papà”

“Anch’io Stefania, amore.”

Buffo che nel sorriso di una bambina bella come una bambola, Franz dovette cercare una risposta. La forza di andare avanti. Forse quasi per sbaglio la trovò, mentre sua moglie con gli occhi bagnati lo guardò dall’alto e gli sorrise tristemente, mentre aveva capito tutto in un solo istante.

(a due amici)

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venerdì, 18 maggio 2007,17:08

PROLOGO

Non preoccuparti. Non penso a te più di quanto non pensi al clitoride delle farfalle. Il finestrino del bus riflette un sole caldo, mi sento come in una serra. Odori differenti. Diffidente ricordo: siamo in autunno. Triste. Ssss. Ssss. Faccio il giro lungo. Aspetto che escano tutti. Via, andate via. Lasciatemi sola al sole. Un'ora sola. Saracinesche abbassate e in bocca quel maledetto sapore di sangue. Mi poggio sul diaspro e ricordo.

                          ***

Da piccola riuscii a catturare una farfalla. Non volevo che scappasse. Volevo ammirarla da vicino. Perdermi nel disegno ingannevolmente tinto delle sue ali. Così la posi in un barattolo di vetro. Ma lei voleva uscire, era evidente. Anche forando quel barattolo, capii che non era abbastanza, non riusciva a respirare; non riusciva a fermarsi; non riusciva a capire. Continuava a sbattere contro il vetro del barattolo. Sbatteva le ali, sbatteva il corpicino. E quel rumore risuonava ridondante , ripetitivo, insistente, come avessi un orologio nella testa. Tac! Tac! Le sue ali strappate. Tac! Tac! Non riuscivo a sopportarlo. Mi venne voglia di urlare. "Ma che fai? Ma che cazzo fai!" Tac! Tac! Sbraitavo senza essere udita. Cercai di aprire il barattolo, con frenesia. Quel rumore, tac! tac! ancora. Ali strappate. Mi faceva impressione, ebbi paura. Sentii un senso di nausea avvolgermi lo stomaco. Volevo che la smettesse. Quando finalmente riuscii ad aprire il barattolo, smise. Cominciò a salirmi un magone, quando la vidi. Adesso la farfalla stava immobile, sul fondo del barattolo di vetro, con le ali bucate. Volevo piangere. Morta. L'avevo uccisa io con la mia smania di possedere la sua bellezza. Volevo guardarla e non mi bastava un attimo fuggevole del suo colore. L'imprigionai, e privandola della sua libertà essa era morta. E non era più bella. Ma sbiadita, spenta. Un cadavere minuscolo. Adesso mi faceva schifo. Così andai nel bagno e la gettai nel water. Ma ciò che accadde dopo non saprei come ridirlo. Non riuscivo a scaricare. Non c'era acqua, solo rumore sordo. Quella cosa orrenda galleggiava sul fondo del cesso. Cercai una bacinella, la riempii come una forsennata. Vuotai l'acqua nel wc e strabordò all'esterno. Quella cosa era ancora lì, sul pavimento del cesso, non riuscivo a liberarmene. Non volevo assolutamente toccarla, così mi voltai verso la carta igienica e cominciai a srotolarla. Quando mi rigirai lei era lì, tumida con gli occhi neri fissi su di me. Lo sbatter d'ali gridava vendetta leggendo sul mio viso un grido d'orrore muto. Con quello sbatter d'ali bagnate, s'alzò tutto intorno come una pioggia fredda e un vento. La porta era sprangata. Mi arrampicai alla finestra, lei si avvicinava, viscida, nuda. Sentii un profondo dolore sotto le scapole, una serpe pruriginosa mi avvolse il corpo, un calore mi sciolse i vestiti la vista mi s'abbassò di colpo. Me ne volai di sotto senza pensarci su. Dopo tutto, era soltanto il terzo piano.

                           ***

Ssss Ssss a diciott'anni mi tatuai una farfalla. A venticinque morii su una vespa. E' stana la vita. Andavo solo a sessanta. Da quel giorno ho sempre tenuto un'andatura prudente. Ma meno prudente della precendente. Ad ogni modo la benzina è aumentata. E non c'è niente di meglio che andare in giro in ali.

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lunedì, 16 aprile 2007,15:45

Ninnone, manco a dirlo, era tornato dentro. Era stato beccato dalla polizia a rubare in un negozio di elettronica. E questa volta un annetto al gabbio non glielo toglieva nessuno. Il mio dispiacere fu più grande della delusione. Ero sicura che il mio amico e amante fosse una persona limpida e squisita. Mi ero convinta che non avrebbe fatto mai nulla di male a nessuno. Poi invece seppi che oltre alle rapine, aveva avuto precedenti per rissa. Che andava in giro con un coltellino: mi aveva detto che con quello ci tagliava il fumo. Non era mica vero. Aveva sfregiato uno che se la faceva in piazzetta. Mi dissero che quello aveva urlato "Mammeta è puttana", e che Ninnone non c'aveva visto più. Nella mia mente erano vividi i ricordi di quelle sere nel garage. Ma sia affollavano le voci di quel paese mio che parla troppo, e anche di notte nella testa aleggiavano i fantasmi della verità, danzando assieme a quelli della menzogna. Lo sfregiato della piazzetta un giorno mi parve vederlo passare sul suo motorino bianco sporco. Avrei potuto ridisegnare quella faccia brutta che mi fece, quel ghigno, tanto che mi restò impressa nella mente. Da quella volta in poi, la notte faticai ad addormentarmi; mi ritornava in mente il tizio con lo sfregio e col coltello, i passi suoi sui sampietrini della strada vecchia e buia che conduce a casa mia, di sera. Ma gli incubi cessarono in fretta, perchè trovai un lavoro che mi occupava quasi tutta la giornata e parecchie energie, in una lavanderia non distante da casa. Lì conobbi un ragazzo che veniva da fuori, Fabio. Faceva l'università, viveva solo e mi portava le camicie da stirare. Una ventina di camicie dopo mi chiese di uscire. Un mese dopo già stavamo insieme. Sei mesi dopo, mi chiese di andare a vivere a casa sua, ed accettai felice. Era passato più di un anno e mezzo, quando rividi Ninnone, per la via. Il mio volto raggiante si spense in un baleno. Fu come vedere un fantasma in faccia. Negli occhi diventati bigi lessi la sua sofferenza. E sulle braccia vidi ampie cicatrici. Avrei voluto stringerlo, avvolgere quelle ossa ricoperte di pelle stanca. Avrei voluto regalargli il mio più bel sorriso. Avrei voluto ascoltare le sue pene, che sudavano dal cranio quasi calvo, e dalla bocca rinsecchita. E invece il mio viso dovette mutare in una smorfia, incontrollabile. Ninnone abbassò subito lo sguardo, e tirò dritto. Io mi voltai di scatto, e forte gli urlai un patetico: "Vincenzo!". Ninnone si voltò, e mi sorrise, amaro. "Vincenzo è muort", disse. E da quel giorno non l'ho visto più.

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sabato, 07 aprile 2007,11:48

Quand'ero ancora piccerella, c'avevo un amico che abitava nello stesso palazzo mio. Si chiamava Ninnone. 'Sto nome che a qualcuno sembrerà un pochetto strano, ve lo chiarisco subito: è quello che gli tocca a un ragazzetto che da nennillo è stato chiamato così: "'u ninn'". Appena gli spunta in viso qualche pelillo, ecco che da ninno è diventato Ninnone. E' vero che Ninnone peli in faccia non ne ebbe mai tanti. Ma a dodici anni era già cresciuto tanto in altezza, e pure la voce era cambiata. Quel viziettaccio brutto di andà a rubbà nelle case,invece, gli era rimasto. E i genitori lo sapevano pure, anzi gli zii, coi quali viveva. Perchè portava a casa i pollastri, i soldi o quando andava proprio bene qualche gioiello, che pure non sapeva distinguere bene da un culo di bottiglia. Che Ninnone fosse un mariuolo, questo io, da piccerella, non lo sapevo mica. E tanto gli volevo bene, che pure se me lo avessero detto, non ci avrei mai creduto. Ma i miei genitori non erano tanto contenti di questa amicizia col dirimpettaio. Allora m'imparai a dire le bucìe, e a vedere Ninnone quasi di nascosto. Sotto le nostre case, intanto, scoprii che c'era un vero labirinto. Ci stavano i garages di tutte e quattro le palazzine, centinaia di box. Laggiù c'avevo inizialmente un po' paura ad andare: poi, mossa dalla curiosità, cominciai ad andarci prima schizzando veloce con la bicicletta, ad occhi chiusi fino alla salita dove si vedeva un po' di luce. Cosicchè presi sempre più coraggio:  ci andavo anche a passeggiare, a piedi, fregandomene pure delle "zoccole" che mi sgusciavano davanti in mezzo alla terra grigia. Così un bel giorno ero con Ninnone e lì sgamammo un garage abbandonato, quello che avevano "gli scemi" della palazzina. Proprio lì dentro ci facemmo piano piano la nostra casa. Ninnone rimediò un tavolinetto, due sedioline pieghevoli, due lampade a olio, perfino un divanuccio sgangherato. Ci giocavamo a carte, o ad inseguire i ragni; Ninnone ci teneva pure uno scrigno segreto, che conoscevo solo io, con dentro tutte le codine delle povere lucertole. Ci dicevamo i segreti, e soprattutto lui mi raccontava un sacco di storie strane e divertenti, e anche tristi, sulla mamma che andava a battere sull'Appia, ma alla quale lui voleva sempre bene.

Poi crescemmo, e per un po' quel posto restò abbandonato. Finchè mi arrivò a casa una lettera di Ninnone, con sulla busta una scritta a penna rossa: "personale", chè mi diceva che era stato ingabbiato. Era andato ad arrobbare in un negozio, stava un po' ubriaco, e lo avevano sgamato subito. Ma siccome non c'aveva precedenti, sarebbe uscito presto. Solo che quando usciva non voleva subito tornare a casa, voleva prima vedere a me, ch'ero per lui sì un'amica, ma di più, quasi come una sorella. E anche perchè noi c'eravamo un poco allontanati, mentre lui aveva preso a camminare in una brutta via. Così ci cominciammo a scrivere un giorno sì e uno no. Non mi ricordo quanti mesi erano passati. Sicchè una sera lui mi fece una sopresa, mi bussò piano piano alla finestra, e mi lanciò un bigliettino dicendo che mi aspettava giù al garacio. Non me lo feci dire due volte. Sgattaiolai via dalle coperte, mi vestii in tutta fretta e presi l'ascensore. Piano: -1. Mi feci tutto il tunnel correndo, finchè il giallastro acceso della lampada non mi illuminò la via: il garage era aperto, e Ninnone stava là, tutto smagrito, con la capa rasata che sembrava una boccia, le unghie un poco nere, lo sguardo diverso, con gli occhi verdi lucidi, quasi tristi. Una strana smorfia sulla faccia, una specie di sorriso. Sembrava diventato un uomo. Me lo abbracciai forte forte e restammo un po' di tempo così. Lui mi baciava il collo, io la guancia. Poi lui mi strinse di più e mi trascinò sopra al divano. Mi venne sopra con un po' di forza, mi toccò il seno, molleggiando appena. Io lo lasciavo fare. Si tirò fuori il coso, inturgudito dalla lunga astinenza, era eccitato e un po' sudava. "Se ti faccio male, dimmelo", bisbigliò. Un po' affannato se lo smunginiò e mi tirò giù le mutande, alzandomi la gonna. Senza fiatare aprii le gambe e sentii assecondare l'entrata del suo coso, urlai un pochino, ma Ninnone continuava a spingere e a ritrarsi, mugolando. Poi cominciò a piacermi questo su e giù. Lui con le mani ancora mi toccava il petto, io lo stringevo di goduria. Poi ad un tratto lui esplodeva di gioia, gridava, quasi. Si fermava, e si accoccolava sopra di me, un po' sudato, ansimando. E così tante altre volte in quello che diventò il nostro nuovo appuntamento notturno, segreto ed eccitante, desiderato. Andammo avanti per quasi quattro mesi. Finchè un  giorno qualcosa cambiò.

(continua)

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